GIACOMO MORELLI
History happens
A cura di Martina Corbetta

Date: 29 settembre, 2018/21 ottobre, 2018
Inaugurazione: sabato, 29 settembre, 2018 h.18.00

IL CORTOCIRCUITO DELL’ARTIFICIO, TRA OPERA E NATURA
Gianluca Ranzi

La natura ha sempre esercitato meraviglia e ispirazione, dalle grotte di Lascaux fino ai giovani artisti del panorama contemporaneo. Natura e arte sono necessariamente in relazione perché il mondo naturale e l’essere umano sono sullo stesso piano, tanto che la risposta realmente ecologica data dall’arte sta nella sua capacità di ridestare il senso di una comunanza e di una vicissitudine che entrambi li abbraccia, contro a ogni sterile tentativo di parcellizzare e parzializzare uomo e natura. Stigmatizzata dallo psicologo americano Willis Harman come “presunzione ontologica di separatezza”, l’idea che l’essere umano sia in qualche modo indipendente ed escluso dal suo ambiente naturale è un pregiudizio erroneo che gode oggi di radici culturali e politiche ancora troppo presenti.

Al contrario, se come sostiene Levi-Strauss, l’uomo è l’essere relazionale per eccellenza, l’interconnettività che lo lega al mondo e la sua capacità di co-evoluzione con esso sono spinte determinanti e decisive che smentiscono ogni illusione di separatezza. Questo profondo legame è apparso in tutta la sua strutturale evidenza in seguito allo sviluppo nella seconda metà del secolo scorso della cibernetica come studio interdisciplinare dei sistemi regolatori e della teoria dei sistemi, tanto da costituirsi negli anni Settanta come lo snodo concettuale degli studi di antropologia sociale di Gregory Bateson, della teoria estetica di Jack Burnham e dell’architettura di Richard Buckminster Fuller, oltre che a informare il lavoro di molti artisti tra cui Dan Graham, Agnes Denes, Hans Haacke e Joseph Beuys. In tutti questi casi l’artista parte dalla natura per imbrigliare nella sua opera qualcosa di ulteriore, per cercare di aprire un varco verso il manifestarsi dell’idea, verso un “concetto spaziale” che cerchi il senso del presente e possa progettare un futuro  ecologicamente sostenibile ed antropologicamente consapevole, perché come Piero Manzoni aveva scritto su Azimuth: “Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere”.

Il lavoro di Giacomo Morelli pone l’accento su che cosa sia veramente natura e che cosa sia l’opera, su un’interferenza tra le due che diviene anche un cortocircuito sul limite di invalicabilità dall’una all’altra. Il senso di questo limite qui è affrontato immergendo le radici degli alberi nel cemento vivo, la natura bloccata dall’opera dell’uomo, antropizzata e colorata come se fosse un prodotto di industrial design, eppure allo stesso tempo esaltata e posta su un plinto come una scultura classica, tra la torsione in verticale dell’Apoxyòmenos di Lisippo e l’estensione orizzontale del Galata Morente di Epigono. Poco importa che nell’opera di Morelli la figura umana sia sparita: a guardar bene i tronchi e le radici ne ricordano posizioni e fattezze, contorsioni e svolgimenti. In quei casi in cui il tronco si eleva dal cemento, che ambiguamente è sia la base dell’opera che l’opera stessa, la mente corre all’analogo caso del tronco a cui s’appoggia il San Sebastiano di Antonello da Messina, anche lì un brano di perfetta natura che però con innaturale naturalezza non sorge dalla terra ma da un pavimento marmoreo a tarsie policrome. Là come nelle opere di Morelli il divario tra naturalezza e posa, così come tra natura e artificio, è sottile e trasparente, e come nel martire di Dresda non si avverte il confine tra estasi e martirio, così anche nelle opere di Giacomo Morelli, così perfette nella loro presentazione e nei loro sedati colori opalescenti, lo strappo dalla natura all’arte si fa più contenuto, come fosse il frutto in una ordinata metamorfosi. Nell’uomo del resto, che è natura, il naturale si rende sempre artificiale in seguito ad ogni azione. In altre parole ogni prodotto umano è artificiale in quanto fatto dal suo artefice, l’uomo, mentre ogni manifestazione naturale gli è indipendente, lo partecipa e lo compenetra ma ne è indipendente. Poiché viviamo sottoposti a una coazione a ripetere del produrre tecnico, l’essere naturali significa essere artefici, produrre artificialità, rendere manifesta una memoria antica o una sapienza naturale che sono racchiuse all’interno delle cose come un precipitato della loro essenza e che l’artista riporta alla luce. Ecco quindi che Giacomo Morelli, con finezza concettuale e potenza rappresentativa, indaga il labile confine tra natura e artificio, facendosi carico non solo dell’ambivalenza delle due posizioni, ma anche della paradossalità di essere ugualmente parte della natura e al contempo esserne altro in qualità di primo produttore di artifici.

Qui risiede il valore di un ciclo di opere che non appare mai declamatorio o retorico, che possiede una sua originalità, ma che al contempo si inserisce in un percorso della cultura e della storia dell’arte contemporanea che, come si diceva all’inizio, vede il suo momento cruciale tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta nel lavoro di artisti quali Giuseppe Penone, Joseph Beuys e tutto il gruppo giapponese di Mono-Ha. Anche per il giovane Giacomo Morelli si tratta di mettere a punto un percorso che si appunta sugli interstizi del senso e privilegia una condizione umbratile e ambivalente del significato, ragionando non solo sul rapporto arte e natura, ma sul senso dell’opera d’arte nel mondo in cui viviamo. Dopotutto ogni piedistallo regge un monumento che è sempre una scommessa sul futuro, come un punte gettato a futura memoria.

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