Madrid, 20 aprile 2020

Vivo a Madrid e la mia famiglia, come quasi tutte le altre, non è di qui. Questo è uno dei motivi per cui mi piace molto la mia città: Madrid è composta da persone provenienti da tutta la Spagna e non ti senti uno straniero. È una città vivace e accogliente che apre le sue braccia a tutti coloro che arrivano.

La mia casa è nel centro storico, nel quartiere di Lavapies, e vivo a Madrid da quando ho 20 anni. Il mio studio è a pochi metri da casa e qui la vita, nonostante la città capitale sia molto grande, è come vivere in un paese. Faccio tutte le commissioni a piedi, mi piace molto camminare e per alcuni anni mi è piaciuto viaggiare con la mia Vespa. Sono andata a Porto, Lisbona, Alentejo e Isole Baleari con il mio scooter rosso dell’anno 1982.

Ho iniziato l’università studiando Matematica, ma nello stesso anno ho abbandonato, anche se devo ammettere che mi sono sempre piaciuti i numeri. Essendo cresciuta in una famiglia di artisti, grandi professionisti, mio ​​nonno e il mio prozio erano dediti alla pittura, nessuno è rimasto sorpreso dal fatto che io abbia abbandonato la matematica per qualcosa di creativo.

Ho poi studiato Interior Architecture al Politecnico di Madrid e due anni di Architettura superiore. In quel periodo, parallelamente, ho lavorato qua e là fino a quando, all’improvviso, ho deciso di prepararmi per entrare all’Accademia di Belle Arti. Poco dopo, ho provato il test d’ingresso e, a mia sorpresa, l’ho superato. A casa invece nessuno si stupì.

Mi sento molto fortunata ad essere cresciuta circondata da libri e bellezza, e la mia famiglia ha supportato il mio percorso da artista fin dal primo momento. Fondamentalmente, ho sempre dipinto e non è stata una rivelazione quando, durante una notte nel silenzio, ho detto: “Mamma, voglio essere un’artista”.

Ho iniziato per strada 20 anni fa quando la parola street art non esisteva. Era molto più che andare a scuola con gli amici e il mio ragazzo, era un modo di essere nel mondo… e in brevissimo tempo divenne un’ossessione. Il mio lavoro di strada è stato molto diverso da quello che c’era in quel momento e attirò subito attenzione per la novità del linguaggio. In Spagna, tutto ciò che veniva fatto per strada erano i tradizionali graffiti di lettere e iniziarono le prime icone con Suso33 e La mano. È stato davvero come vivere in un romanzo – per una ragazza e il suo ragazzo – realizzare dipinti geometrici monocromatici in dialogo con l’architettura della città.

Sono stata la prima donna in Spagna a dipingere illegalmente in questo modo e mi sarebbe piaciuto condividerlo con le mie amiche, ma non erano assolutamente interessate. In strada, non mi sono mai sentita discriminata, anzi, al contrario, mi hanno supportata e sono stata circondata da straordinari artisti maschi con i quali continuo ad avere una grande amicizia.

Abbiamo vissuto la città come luogo di sperimentazione e come una tela, abbiamo invitato – con le nostre azioni – a camminare e a scoprire la città con occhi diversi proponendo un dialogo con lo spettatore. Oggi – purtroppo – questo spirito è scomparso e street art significa qualcosa di molto diverso da quel tempo. Ora l’arte urbana è costituita da grandi opere sui muri delle delle città spesso commissionati per festival, sponsorizzati da comuni o da brand.

Ciò che noi abbiamo fatto è diverso dai graffiti, ma ha convissuto con essi rimanendo però senza nome.

Sono irrequieta, mi piace sperimentare e sicuramente sarebbe stato meglio se mi fossi dedicata solo alla pittura… ma non posso resistere a nuove sfide e nuovi apprendimenti.

Il colore. Non ho un metodo per usare il colore, è un dialogo, una storia di tensioni tra loro.

Quarantena!!! Il periodo più strano della mia vita.

Come artista non è difficile per me rinchiudermi perché sono abituata a trascorrere lunghi periodi nel mio studio a lavorare producendo per una mostra o per un progetto. A livello operativo le mie giornate non erano molto diverse da quelle che sto vivendo ora. Ma cambio spesso il mio umore.

Ho provato molta empatia per il dramma che anche l’Italia sta vivendo, dopo tutto siamo come “fratelli di un padre diverso”!

In questi giorni inizio a essere consapevole di cosa sia una pandemia e dove siamo! All’inizio ero sotto shock, poi ho iniziato ad alternare momenti tra divertenti “meme” e arrabbiature “punk” verso il Governo. Qualche volta provo profondo sgomento e sono indignata nel vedere su Instagram le persone che fanno paella, poi penso che siamo chiusi a chiave, e in salute, e allora cosa possiamo in effetti fare?!

Voglio pensare che ci sia qualcosa di positivo in tutto questo… stiamo permettendo una pausa al pianeta e abbiamo l’opportunità di ricordare ciò che è veramente importante.

Nuria Mora

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